Paolo Valera.

Le giornate di Sciarasciat.
Fotografate.

1912. Stabilimento tipografico Borsani, Milano.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
...
.
...
Indice.
...
.
...
Il 23, 24, 25, 26 e 27 ottobre 1911.
I sei famosi prigionieri italiani.
La fucilazione dei secondo canvas del Consolato Germanico.
I quattordici strangolati in piazza del Pane.
L'ultima documentazione.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Il 23, 24, 25, 26 e 27 ottobre 1911.
Rappresentano la carneficina araba di 4000 uomini, di 400 donne e di molte fanciulle, ragazzi e bimbi.
Il conflitto di conquista non c'entra. Qui non ci occupiamo se hanno torto o ragione gli oppressori turchi o gli oppressori italiani. Il giogo  sempre giogo. La guerra  sempre guerra. Nel furore delle battaglie chi piglia piglia. I proiettili non hanno occhi. Pi la strage  inaudita e pi gloria  cosparsa sugli uccisori.  la civilt nazionalista che impera nel mondo. I decimatori di nemici sono eroi.  legge marziale. A fianco delle cataste umane si accendono i fuochi di gioia. Celebrate. Noi non vogliamo amareggiarvi le vittorie. Godete. Il sangue  vostro. Ci che noi vi contendiamo non  la fatalit storica.  il massacro degli innocenti.  l'uccisione in massa della popolazione rimasta neutra nella zona del teatro della guerra. Questa  la nostra indignazione. Indignazione che non raggiunge i soldati. Essi non sono volontari come i Tommies, come gli arabi accorsi sotto la bandiera della guerra santa per difendere l'indipendenza dai nuovi invasori. I soldati italiani non c'entrano. Per noi non sono che strumenti. Devono ubbidire. Si d loro il fucile e si ordina loro di sparare.  il regolamento militare. La disubbidienza  sentenza di morte. O uccidere o lasciarsi uccidere. I responsabili sono gli autori della "fatalit storica". Sono gli iniziatori della "passeggiata militare". Sono i direttori della guerra. Il re non c'entra.  persona sacra. La sua funzione  del gerente. Lo inchiudiamo per ragione decorativa.
...
.
...
Chi c'entra  Giovanni Giolitti. Egli  colpevole di avere insigniti, promossi ed elencati gli autori degli eccidi invece di averli appesi come sono stati appesi in Piazza del Pane, i quattordici arabi dichiarati ribelli dagli invasori nella loro casa nazionale. Escludo anche gli jingoisti della finanza. Essi sono gli sciacalli di tutte le conquiste. Nella guerra russo-giapponese c'era la Banca russo-cinese in Manciuria. La Banca di Parigi e dei Paesi Bassi  al dorso della guerra in Marocco.  naturale che ci sia il Banco di Roma al dorso della guerra Italo turca. Il massimo criminale delle giornate di Sciarasciat  Carlo Caneva, divenuto pari di sua maest.  lui, l'esonerato dal ministero per la sua inattivit, per il suo fabianismo, per le sue crudelt che hanno dato all'oasi di Tripoli il nome spaventoso di Oasi della morte.
...
.
...
Riepiloghiamo. Lo sbarco a Tripoli  noto. L'armata italiana era nel Mediterraneo il 30 settembre del 1911. Tre giorni dopo le bocche da fuoco di tre corazzate urlavano e scaraventavano il loro materiale incendiato sui forti tripolini vuoti. I turchi erano vinti prima di incominciare. I loro cannoni non erano buoni che a fare del fumo. Due ore dopo erano inservibili. Sono sbarcati i marinai. Dietro loro i nazionalisti spavaldoni carichi di gioia. Pareva una loro conquista. Non hanno aspettato un minuto a iniziare una sottoscrizione per elevare un monumento a Francesco Crispi, "il grande ispiratore della conquista di Tripoli". Sono sbarcati poco dopo i bersaglieri della 4a e della 5a compagnia dell'undicesimo bersaglieri, le vittime della trascuratezza e della buaggine di Caneva, quelli caduti nell'oasi per l'inesperienza dello stato maggiore che non conosceva una via dalla quale gli arabi potevano entrare e aggredirli alle spalle, quella della sorpresa, quella della irruzione, quella che rompe la diga, quella che penetra come  penetrata la fiumana di 300 arabi dalla pelle bronzata o fulliginosa a Sidi Messri tre giorni dopo. La loro morte  stata crudele. L'Italia intera  stata commossa. Seicento e pi bersaglieri sono caduti gli uni sugli altri, colpiti alle reni, senza aver tempo di voltarsi e difendersi.
...
.
...
 stata l'Abba Garima dell'Africa mediterranea. Il Caneva che aveva i movimenti lenti, che aveva trattenuto prima della conquista di Ain Zara 40.000 uomini in una aspettativa angosciosa per pi di due mesi e che pensava pi alla sua sicurezza personale - come il Baratieri - che alla vita dell'esercito al suo comando - non ha trovato l'energia di sedare il panico e di mandare al muro gli arabi che si erano dissetati col sangue dei suoi soldati o erano stati trovati nell'oasi col fucile alla mano. Ha lasciato che il panico ingrossasse e divenisse il turbine di tutte le teste militari senza farsi vedere. La scusa della lentezza del generale in capo era che Paolo Spingardi, ministro della guerra, gli aveva composto uno stato maggiore di vecchioni stracchi e bisognosi di riposo. Cos i soldati sono stati abbandonati al loro furore quasi sempre senza superiori, o con un semplice tenente o con delle guide vestite in borghese.  quello che  avvenuto a Pekino durante la sollevazione dei boxers. Italiani, russi e tedeschi si erano tramutati in belve. Uccidevano gli abitanti e saccheggiavano le case. Ricordiamo Modugno. L'ordine del macello in Tripoli  stato dato dal Caneva. Il documento  ufficiale.  stato letto da tutti. Nessun quartiere agli arabi di Tripoli e dell'oasi.
...
.
...
 stato come sguinzagliarli. Tutti avevano paura di essere aggrediti al dorso o al fianco.  avvenuto che il panico ha indemoniato tutti. Qualche volta il furore li ha resi ciechi. Hanno tirato gli uni sugli altri. Una squadra italiana su un'altra squadra italiana alla caccia di arabi. Il 26 e il 27 sono avvenute scene incredibili. I soldati alle trincee spaventati, ossessionati credevano di avere sempre il nemico o gli arabi nemici in agguato per pugnalarli. La nervosit militare era incominciata fino dalla notte del 23. Coi chi va l? chi va l? e con gli spari saltuari che traducevano l'inquietudine degli avamposti. Tripoli italiana non aveva pi coraggio. Aveva perduto la parola. Ogni soldato italiano era pieno di sgomento. Chi va l? Tutti erano convinti che l'arabo fosse divenuto un traditore, un boia, un assassino. I gridatori della strada completavano lo spavento. Negli indumenti dell'autorit cittadina sgolavano il terrore. Ciascuno era accompagnato da un ufficiale e da due soldati. Si fermavano ogni dieci minuti e dicevano nella lingua araba: - Chi non consegna subito tutte le armi e le munizioni alle autorit sar fucilato.
...
.
...
Aggiungevano che gli indigeni dovevano ritirarsi nelle loro abitazioni prima del tramonto, non ne dovevano uscire prima dello spuntare del sole e dovevano rispondere subito al chi va l? se non volevano essere stramazzati da una sfuriata di di palle.
I lumi non erano permessi. Tutte le finestre dovevano essere chiuse e senza luce. La citt pareva un cimitero. Nessuno respirava senza il permesso militare. I pi audaci erano i ragazzi che lustravano le scarpe e i mendicanti. Erano i soli personaggi che osavano addossarsi ai muri. Nei loro bianchi paludamenti davano l'idea di fantasmi usciti dalla sepoltura. Ogni via era percorsa da marinai e da soldati. Gli stessi ufficiali non andavano in giro che col revolver in mano e accompagnati dai soldati. Era corsa la voce che ci doveva essere una sollevazione. La si sentiva nell'aria. Per pi giorni soldati e ufficiali non passavano da una bottega araba senza tenere la mano sull'arma da fuoco o da taglio.
...
.
...
Il fatto  che senza apparenza di sollevazione i militari erano come impazziti. Lungo la spiaggia non si vedevano vivi. Tutto era chiuso. Alberghi, botteghe, caff. Non c'erano che i fasci di luce che diffondevano i riflettori delle navi da guerra. Qua e l immensi fal di paglia o di legna o di masserizie delle case degli indigeni distrutte. Il silenzio che atterriva era rotto di tanto in tanto dalla scarica di una fucilata o di un revolver. I giardini affollati di palme erano popolati di ombre nere che fuggivano, s'inseguivano e si involavano. Sospettavano sempre nemici dell'occupazione italiana appiattati tra le fronde. Le atrocit italiane sono state negate da tutti; da Caneva, da Giolitti, dai corrispondenti italiani, dagli ambasciatori italiani, dal deputato De Felice, da Jean Carrre, da Barzini, dai giornali nazionalisti e dal grosso della popolazione italiana la quale non ha potuto credere che i suoi connazionali in montura si fossero tramutati  in iene. Ma la documentazione non si  fatta aspettare. Le fotografie hanno circolato per il mondo. Le descrizioni dei giornali sono passate negli opuscoli e nei volumi. Tutti le possono leggere. Il nostro supplemento non pu essere che un epitome. I testimoni oculari sono i corrispondenti esteri. Le loro narrazioni si assomigliano e sono concordi che per vendicarsi di una irruzione di arabi nell'oasi si sono uccisi su per gi 400 donne e 4000 uomini con molti ragazzi fra loro. I colpevoli fra tutta quella massa di morti  fatta salire a cento arabi stramazzati con loro. Il massacro  stato confermato dai consoli esteri a Tripoli. I particolari sono orribili. I soldati, con o senza ufficiali, agguantavano, legavano, spingevano con i calci dei fucili e a pochi passi li fucilavano con volate di piombo. Dappertutto la brutalit era la signoreggiatrice dell'ambiente. Un povero ragazzo negro ha implorato piet e ha ricevuto per risposta un terribile ceffone sulla bocca. La compassione era assente. Si sono uccisi mendicanti, storpi, gente sciancata, cieca. Al sud della linea degli avamposti dove era avvenuta l'aggressione araba c'era una casa turca abbandonata. Il cortile ha servito per il radunamento dei prigionieri. L'edificio pareva una dogana. Giunto un ufficiale si vuot il cortile inviandoli fuori a gruppi a sentire la sentenza sommaria fatta di piombo. La maggioranza era indifferente alla morte, ma la minoranza ci teneva alla vita. Era divenuta cadaverica. Si udivano gli spari. Si udivano le strida con dei tonfi. Molti si sono messi a gridare, a strepitare e a cercare di fuggire. Si dicevano innocenti. Vuotavano le tasche per dimostrare che non avevano che datteri. Inutile. Il calcio del fucile li faceva camminare. Di fuori era la catasta. Una cinquantina di persone erano sdraiate nella morte. Le abitazioni arabe valgono pochi centesimi, ma la vendetta militare le ha fatte ardere. Dietro la fabbrica di esparto del Banco di Roma era un villaggio di 50-60 arabi. Nelle vicinanze  stato trovato morto un soldato italiano. Si  bruciato il villaggio e si sono fucilati gli abitanti.  dopo queste barbare carneficine che gli arabi fuori delle trincee si sono gettati sui cadaveri dei poveri soldati italiani a derubarli, a sconciarli, a mutilarli. Era il dente per dente. La guerra  la guerra. Imbarbarisce. Gli arabi in Tripoli erano considerati traditori contro l'Italia e dovevano essere sterminati. Era l'imperativo di Caneva. Nessun quartiere. Il 26 ottobre una banda di arabi ha rotto la linea militare a Bumeliana e riusci a fortificarsi in una casupola. Il combattimento  durato dodici ore. Gli arabi non avevano pi munizioni. La bandiera bianca non li ha salvati. Sfondata la porta vennero sdraiati nella morte. C' stato un momento in cui l'Oasi della Morte era seminata di cadaveri. Il giorno dopo la sua atmosfera era irrespirabile. Sentiva dei fetori dei corpi in decomposizione.
...
.
...
Uno dei tanti testimoni oculari ha scritto che le autorit italiane hanno ammesso di averne fucilati quaranta in una giornata, mentre lui solo ne aveva veduti cinquanta in un angolo. Civilt italiana.
Il generale Caneva non si  mai fatto vivo nelle giornate spaventose. Egli  rimasto tappato nella sua residenza coperta di sacchi di sabbia e di rivestimenti a prova di bombe, con i soldati sui tetti intorno al suo edificio. Si capisce che i soldati fossero molto eccitati dopo gli attacchi del 23. Scatenati con l'ordine di uccidere senza piet chiunque indossasse il barracano  stata una strage continuata il 24, il 25, il 26 e il 27.  Caneva che ha dato loro il furore e che li ha fatti correre per i sobborghi come pazzi alla ricerca di arabi da sgozzare. In mezzo a uno dei tanti mucchi di cadaveri nel quartiere arabo era un grandiglione di negro scallottato che perdeva la materia cerebrale. Il corpo era ancora tepido. Un soldato non ha potuto trattenersi dal dargli un calcio. Era la piet del momento. Questo per dimostrare come i soldati a furia di uccidere si erano disumanati. Si sono veduti soldati trascinare delle donne che si erano acculacciate in terra per non seguirli. I soldati spaventavano. Erano tutti armati di revolver e tiravano senza remissione. Erano perseguitati dalla follia del sangue o impazziti dal sangue. Vedevano rosso.  stato veduto un picchetto di soldati con un capitano che ha fatto accaponare la pelle. Erano una cinquantina con una dozzina di prigionieri. Giunti a una capanna mezzo demolita li hanno freddati tutti, a due a due. Coloro che aspettavano la loro volta erano di fronte a coloro che stavano per precipitare cadaveri.
Assisteva all'esecuzione un capitano con la macchina fotografica e i tiratori aspettavano a lanciare il piombo che la Kodak fosse in posizione. Quella figura di ufficiale che raccoglieva le scene tragiche con la sigaretta in bocca  stata notata un po' dappertutto. Per lui erano delle rappresentazioni. La Kodak era la sua sensibilit. Lascio tutti gli improperii sui vivi e sui morti, per coloro che cadevano o erano caduti. Non c'era che esasperazione. Parole truci, parole scurrili, parole sucide, tutte parole disgustose. Ciascuno pu immaginarsele. Sullo stradone verso Bumeliana c'era una specie di piazza fonda. Al centro si vedevano circa 50 arabi in una corona di soldati. Fra i prigionieri c'erano dei ragazzi che guardavano meravigliati le baionette. Soldati e prigionieri si avviavano verso l'oasi per le viuzze di Tripoli. A circa un miglio dal deserto si udirono passare sulla testa dei proiettili. Sostarono. Lasciarono i prigionieri legati in consegna a un collega e corsero alla ridotta. Si accorsero che i tiratori erano italiani. Ripresero il convoglio e marciarono verso una capanna. La prima vittima  stato un vecchio baionettato. Gli altri a due o tre per volta caddero su se stessi. Gli ultimi sono stati obbligati a montare sui cadaveri. Fra i caduti alcuni non erano completamente morti. Il capitano li ha finiti a revolverate. E in questo  stato umano. Ha soppresso in loro il martirio agonico. La scena fu una delle pi feroci.
...
.
...
I veri nemici d'Italia sono coloro che vogliono seppellire gli orrori di Caneva. Ci che  avvenuto  avvenuto.  la storia che registra.  stata una strage di patriotti, una strage di donne, una strage di ragazzi. Tutta gente innocente. Ormai  saputo.
Gli abitanti dell'oasi non hanno combattuto. I combattenti sono stati gli arabi venuti dal deserto e penetrati dalle trincee per colpa del generalissimo. La loro audacia  stata castigata. Nessuno di loro  ritornato al deserto. Questo  l'accidente del 23 ottobre. Il pi grave e che rester appiccicato al nome di Caneva  il 26. All'alba la linea italiana era stata rotta. I soldati avevano lasciato le trincee e si erano appiattati dietro i sacchi di sabbia.
...
.
...
A mezza via, tra la cittadella e la linea degli avamposti, mentre passavano dei rinforzi, alcuni del villaggio venuti dal di fuori hanno scaricato delle armi da fuoco. Non si  mai saputo chi abbia tirato. Un soldato italiano era rimasto ferito a una gamba. Almeno cos  stato detto. Bisognava cercare. Gli spari arabi erano senza dubbio pericolosi, ma nessuno avrebbe dato all'episodio il nome di sommossa e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di iniziare un massacro finito con quattromila e pi cadaveri. II numero dei morti  stato constatato dai corrispondenti francesi, tedeschi e inglesi. Gli italiani vedevano e dimenticavano. Da quel momento il villaggio venne dato alle fiamme ( appunto il villaggio intorno alla fabbrica del Banco di Roma) e i soldati sono stati sparpagliati alla caccia degli arabi. La guerra  diventata un effusione di sangue all'ingrosso, un omicidio generale, una esecuzione senza esempio. Per tre o quattro o dieci arabi tutti gli arabi sono stati considerati colpevoli. In un paese dove tutti posseggono un coltello sono stati inviati alla morte per gli arnesi di tutte le tasche arabe, per dei rasoi, degli strumenti domestici da taglio, delle vuote cartucce trovate nelle loro abitazioni. L'ingiunzione di consegnare le armi  stato un pretesto per infierire. Se ne trovassero o non se ne trovassero, si uccideva.
Si uccidevano perch avevano paura di morire, perch disubbidivano, perch tacevano, perch giuravano sulla loro innocenza, perch chiamavano Allah in loro soccorso. Si uccideva sempre. Sono stati tutti passati per le armi.  stato un carnevale di sangue. Pieno di orrori, di mutilazioni, di sconciature, di aberrazioni. Il 24, il 25, il 26 e il 27 sono date incise nel bronzo o nel marmo arabo.  tutta una storia che passer da una generazione all'altra come un martirio della loro gente assassinata dal rumi militare.
La mia documentazione  di poche righe. Me ne manca lo spazio. Bennet Burleigh, ha telegrafato al Daily Telegraph un riassunto che d i brividi. L'oasi delle palme  stata spietatamente spazzata da tutti i lavoratori della terra. Moltissimi sono stati uccisi e i loro corpi sparsi per i campi e per le strade. L'odore della falce della guerra avvelena l'aria. Un vecchio arabo racconta che sono stati massacrati 4000 uomini e non meno di 400 donne con tanti figli. Diminuite il numero della met e avrete sempre uno spaventoso e sanguinoso monumento degli orrori della guerra e della conquista. Un massacro di forti e di deboli, di vecchi e di giovani, uccisi a pochi passi dagli uccisori, senza processo, solo per la loro pelle e per il loro baraccano.
Quello del Times ha epitomizzato la strage con questo epitaffio. "La memoria di questa vendetta durer a lungo. Io ho assistito a una delle pi spietate fasi della guerra". Il signor von Gottberg ha detto del 23. "I soldati semplici uccidevano chiunque senza ragione alcuna, uomini, donne, fanciulli." McCullagh come protesta contro gli assassinati innocenti ha rinviata la tessera di corrispondente al generale Caneva. La sua descrizione  lunga e orribile. Sul New York World egli ha iniziato la colonna funebre senza prefazione per dare i particolari delle atrocit italiane che si erano svolte in Tripoli sotto i suoi occhi e delle quali aveva preso molte fotografie. Fotografie prese non mica per una curiosit morbosa, ma per documentare, una narrazione di fatti cos abbominevoli che senza di esse non sarebbe creduta.
...
.
...
Il signor Grant, in una lettera privata, ha detto che tanti sono stati uccisi, molti fatti prigionieri, un villaggio bruciato e i prigionieri fucilati il giorno dopo. Al pubblico ha presentato scene di orrore. Gli arabi morti giacevano a dozzine in mezzo alle viuzze in modo da rendere difficile il cammino dei loro cavalli. Per la lunghezza di due miglia era un incubo, uno spettacolo spaventoso. Rivoltava, offendeva, metteva alla tortura. Questa mattina, diceva, una comitiva di donne coi figli venivano condotte dai soldati in citt dalla strada di cui ho parlato facendole inutilmente passare da un mucchio di cadaveri, fra i quali giacevano i loro mariti e i loro padri.
...
.
...
E. Ashmead Bartlett, della Reuter, la pi grande e pi rispettata agenzia telegrafica del mondo, alla smentita che Giovanni Giolitti ha dato ai narratori di Sciarasciat ha risposto: "Siccome la smentita di sua eccellenza  una grave accusa fatta alla veracit dei fatti narrati dai corrispondenti esteri in Tripoli, cos vi mando gli episodii che sono avvenuti davanti a me, al signor Davis del Morning Post e al signor Grant del Daily Mirror". Il riassunto delle sue narrazioni  condensato in queste parole: "Per quattro giorni gruppi di soldati hanno epurata ogni parte dell'oasi uccidendo gli arabi senza distinzione. L'ordine del generale Caneva era di sterminare tutti gli arabi trovati in Tripoli o nell'oasi".
...
.
...
"La brutalit degli italiani, ha scritto il signor Magee,  quasi indescrivibile. Il tradimento degli arabi, pare abbia spinto gli italiani in una frenetica e barbara vendetta". Non cito il signor Montagu, perch era coi turchi. Ma gli oltraggi bestiali non hanno pi bisogno di testimoni. Le nostre fotografie non sono invenzioni.
Carlo Caneva sar chiamato il Gengiskan della conquista della parte dell'Africa Mediterranea occupata dagli italiani.
Mustaf-Ben-Abil-Dim condannato a trent'anni per essersi lasciato trovare con un revolver carico in saccocia!
...
.
...
I sei famosi prigionieri italiani.
.
Il Gharian  al sud di Azizia nel cuore del Jebel, in alto alle montagne. Un tempo era una citt popolosa e prosperosa. Non  pi forse neanche un villaggio.  un magnifico baluardo militare. La massa granitica torreggia orgogliosa sulla rocca che domina le vie carovaniere del Fezzan, al sud, e il Mediterraneo al nord.
I turchi supponendo che gli italiani li avrebbero inseguiti nell'interno, scelsero il Gharian come luogo di resistenza. Vi portarono le munizioni che asportarono dalla capitale tripolina, vi immagazzinarono tutto il materiale di combattimento e vi impiantarono l'ospedale militare.  su quell'eminenza che vennero condotti 5 prigionieri italiani catturati il 6 novembre del 1911, cinque giorni dopo il loro arrivo in Africa. Pare che fossero con una colonna in ricognizione.  nato uno scontro. Gli italiani si ritirarono e otto di loro si rifugiarono in una casa che venne assediata. Gli arabi non sapevano se ucciderli o farli prigionieri. Interrogarono Fethi Bey, un albanese alto e biondo, maggiore dello stato maggiore turco.
- Portatemeli vivi se potete.
...
.
...
Gli italiani non si arresero. Continuarono a combattere. Gli arabi penetrarono nell'abitazione dal tetto. Ne nacque una lotta a corpo a corpo. Tre caddero morti e cinque alcuni dei quali feriti, vennero fatti prigionieri. Sono stati condotti con sollecitudine a Suk el Juma come una grande vittoria. I feriti vennero affidati ai dottori turchi.
- Per me medico - disse uno di loro - non c' n amico n nemico.
Da Suk el Juma vennero condotti a Ain Zara, poi a Azizia e al Gharian. Essi vi sono stati trattati assai meglio dei turchi. Piena libert di passeggio, di scrivere e ricevere lettere dai loro amici e parenti in Italia. Tuttavia erano ansiosi di essere liberati. I turchi hanno offerto cinque lire turche per ogni prigioniero italiano che gli arabi avessero agguantato ma pare che non siano riusciti che a unire ai cinque la tromba dei lanceri catturata in un momento di ricognizione.
Adesso i prigionieri saranno in viaggio per Tripoli. Forse vi sono gi arrivati. Saranno interrogati e intervistati. Nessuno di loro dir mai che i turchi li hanno trattati come sono stati trattati gli arabi nelle isole dei nostri coatti.
Mansur-el-Ghani, sceicco, venne accusato dal suo ex servo di avere nascosto delle armi. A una certa profondit del terreno si sono trovati tre mauser, delle cartucce e degli abiti militari. Impiccato secondo gli usi locali.
...
.
...
La fucilazione dei secondo canvas del Consolato Germanico.

Riproduciamo due fotografie che rappresentano il processo e la fucilazione. L'episodio tragico dei giorni del terrore va sviluppato. Il protagonista era Hussein, un giovine fezzano. Nel parossismo del panico  stato accoltellato un soldato del quinto artiglieria. Sono accorsi due carabinieri. Hanno interrogato le persone che hanno potuto e poco dopo hanno arrestato il secondo canvas del consolato tedesco. Il console, Dr. Tilger, che si trovava a bordo di una nave che conduceva a Costantinopoli i rifugiati turchi, avvertito del fatto dal console italiano Galli, non ha esitato un minuto ad abbandonarlo alle autorit italiane. Egli ha commesso una vigliaccheria senza nome.
I due consoli si sono abboccati sulla spiaggia.
- Domani, dottore, rispose il Galli, divenuto capo del governo civile di Tripoli, vi invier un certificato di morte.
I testimoni contro Hussein Bin Ahmed sono stati tre. Il fratello del canvas, una bimba e un pugnale. Il fratello ha dichiarato di averlo veduto fra la folla che circondava il cadavere, la bimba che lo ha veduto curvato sul cadavere e il pugnale venne trovato nella cantina del console. Sul pugnale non vi era macchia di sangue. L'accusato lo ha riconosciuto per suo. Sui suoi abiti non si sono trovati n spruzzi n zaffe di sangue.
-  mio, rispose guardando il coltello, ma non  insanguinato.
In Tripoli imperava la legge marziale. La scena di Sciarasciat aveva impauriti tutti. Hussein era stato al servizio dell'impero germanico e nel suo fez era stata l'aquila imperiale.
Il processo  avvenuto spettacolosamente in una pubblica via, il 24 ottobre 1911. Hussein vi  andato nel suo bianco baraccano, con le mani legate e circondato da un numero strabocchevole di soldati e carabinieri. I kodaks lo hanno colto in tutte le pose. Hussein  stato pi fortunato degli altri che sono stati fucilati senza pompa procedurale. La sua condizione di canvas ha imposto alle autorit la mise en scne.
...
.
...
Il processo  stato fatto all'aria aperta. Presidente il colonnello Marocco, giudici il maggiore Pisauri, il capitano Bettini, il capitano Alessio, il maggiore Cicognani. Avv. fiscale il colonnello Chiaparoni, difensore il capitano Carafa d'Andria. In risposta all'accusatore che gli ricordava le testimonianze ha detto: "Quello che tu dici  vero, ma io non ho ucciso"." (G. PIAZZA)
La scena alla corte marziale. L'accusato  il canvas del console tedesco. Egli ha continuato a dirsi innocente. I giudici militari l'hanno condannato a morte sulla testimonianza di una bimba.  bene notare che gli arabi nei baraccani si assomigliano tutti. Non si distinguono n i giovani dai vecchi n i ricchi dai poveri. L'arabo  con i polsi incatenati e la catena  nelle mani di un soldato.
La Corte militare si  seduta alle quattro e mezzo della giornata dopo l'avvenimento crudele, tra la sede della gendarmeria e la vecchia citt di Carlo V, vicino al mare. L'apparato si componeva di un tavolo con calamaio, penne, carte e due sedie. Sulle sedie sedevano due vecchi superiori dai baffi grigi con la montura coperta di croci e medaglie militari. La Corte era circondata da un battaglione di soldati. In mezzo erano sei o sette prigionieri. Hussein era il pi giovane. Diciotto anni, una bella faccia bruna con la peluria della giovinezza e gli occhioni neri luminosi. Alto cinque piedi ed otto pollici, magro come quasi tutti gli arabi e drappeggiato in un candido djellaba, con la testa nel cappuccio. Nessun atteggiamento spavaldo o di paura. Egli ha guardato in faccia ai suoi giudici e ha ascoltato con religione le accuse. Egli rispondeva quasi sempre:
- Ho capito, ma non  cos.
...
.
...
Interrogato rispose ch'egli aveva lasciato il consolato di faccia per semplice curiosit di sapere cosa fosse avvenuto.
Si  fatta venire in scena la ragazza di 13 anni. Ella non ha aggiunto di pi. L'aveva veduto curvato. L'accusatore ha domandato la morte di Hussein e il difensore si  sbarazzato del difeso con poche banalit che non possono essere considerate una difesa.
La scena  durata un'ora. Il prigioniero  rimasto in piedi tutto il tempo. Udita la sentenza disse:
- Ho capito, ma non  giusta.
Hussein non si  scomposto.  rimasto tranquillo.
- Conducete via il prigioniero! Morte!
In una mezz'ora tutto  stato finito. Lo si  condotto a cento passi dal tribunale che lo aveva condannato al supplizio, sotto le alte muraglie di un vecchio castello spagnuolo semichiuso, in un angolo che serviva ai soldati di water-closet. Luogo nauseoso. Condannato, fucilatori e spettatori sono stati obbligati a calcare i detriti militari. Il drappello dei fucilatori era composto di otto uomini comandati dal tenente Vercelli. Al suo ordine caricarono i fucili. Dietro loro era una filata di corrispondenti e di ufficiali, alcuni con le macchine fotografiche. La macchina fotografica era di tutti gli ufficiali. Quasi tutti gli spettatori avevano in bocca la sigaretta. Il cinematografo occupava la posizione migliore. Carlo Caneva aveva la mania degli spettacoli cinematografici. Ai fotografi aveva dato carta bianca. L'ufficiale era Luca Comerio. Conversavasi come in caff. Nessun arabo si  fatto vivo n al processo n alla esecuzione. Venuto il momento tragico si  veduto Hussein salire il mucchio di fieno con i suoi guardiani con la tranquillit del giovane che non conosce paura.
- Come cammina calmo - si diceva.
...
.
...
Egli guard fissamente i soldati pronti a far fuoco. Il suo occhio nero  rimasto senza lagrima. Con la voce tremante i suoi guardiani lo pregarono di sedere e di voltare il dorso agli esecutori e agli spettatori. Hussein doveva essere fucilato nella schiena come tutti i traditori del re d'Italia. Cos pareva un fantasma nel sudario della morte. Egli  rimasto come gli avevano ordinato. Di lui non si vedeva nulla. Non era che un baraccano senza tremiti e senza movimenti. A ogni fianco egli aveva due soldati con i fucili puntati.
- Fuoco! grid il tenente con la sciabola sguainata in alto come un comando. Il baraccano  rimasto al suo posto. Gli otto colpi non lo avevano neppure sfiorato. Il condannato in una civilt meno disumana avrebbe dovuto essere graziato. La sua pena era stata scontata. La scarica doveva considerarsi una morte. Ohim! Il perdono in quei momenti era sconosciuto. A pochi passi c'era il mare. Hussein, nel minuto di sospensione, avrebbe potuto alzarsi e buttarsi in mare e annegare o fuggire.  rimasto al suo posto con le gambe slegate.
- Fuoco!
Il baraccano pieg adagio adagio e Hussein cadde sul terreno melmoso a sinistra, senza gemiti, senza grida, senza pronunciare una sillaba. Una delle sue gambe ha avuto una leggera pulsazione. Il dottore ne ha constatata la morte alzando una sua mano e toccandogli il polso. Per precauzione un carabiniere gli ha scaricato due colpi nella testa. Il cane di Hussein era nelle braccia del primo canvas dello stesso consolato. Egli ha avuto tutte le emozioni che non hanno avuto gli uomini. Si  precipitato sul padrone, gli ha lambito la faccia, gli  corso sul corpo con gridii strazianti.
...
.
...
Per uccidere Hussein-Bin-Ammed ci sono voluti diciotto colpi. Nella stessa giornata, alle otto antimeridiane, sono stati fucilati sei prigionieri nel cortile di una scuola, alla presenza di 300 arrestati. I sei condannati sono stati messi al muro, si  letto loro la sentenza di morte e mentre l'interprete pronunciava "in nome di Vittorio Emanuele III" uno dei trecento alz le mani ammanettate in segno di applauso, probabilmente per salvarsi dalla morte. Non gli  riuscito. Lo si  fucilato subito dopo con gli altri cinque.
Anche i sei mandati nell'aula marziale con Hussein sono stati condannati a morte.
Il notaio Mehemed-Ben-Ahar il 6 novembre si  presentato al comando a reclamare due cavalli che gli erano stati portarti via da mani ignote il 26 ottobre, una delle giornate del grande panico. Egli era pure il proprietario della casa in cui avevano trovate delle armi e delle bandierine. Qualcuno aveva fatto un sottopassaggio che riusciva nell'abitazione del notaio a sua insaputa. Egli aveva puro un figlio e un fratello fra i turchi e gli arabi. Ce n'era d'avanzo. Ha implorato la grazia. Lo si  appeso all'indomani, 14 dicembre.
...
.
...
I quattordici strangolati in piazza del Pane.
.
Vuotiamoci dei furori di guerra. La guerra  la guerra. Raffreddiamoci nella pace. Usciamo dall'atmosfera tumultuata dai conquistatori che avevano perduto il sentimento della giustizia e rientriamo negli avvenimenti che ci hanno disuniti e imperversati come studiosi che ripassano per le scene a costruire la storia. Il fatto non si pu disfare. Eccoci al compito di ricomponimento. Via le invettive.  una scena troppo piangevole per servirci del linguaggio brutale o per colorirla con la tavolozza cerebrale.  troppo tragica. Basta riassumerla per sentirsi umidi gli occhi. Io non posso pensare a loro senza pensare ai martiri di Belfiore.  una storia identica.  uno stesso delitto. Forse, no. Forse, sbaglio. I Tazzoli e i Tito Speri hanno congiurato, hanno confermato di avere dato i loro entusiasmi e la loro vita per la risurrezione del loro paese. I quattordici di piazza del Pane hanno negato di avere combattuto, di avere aggredito proditoriamente i soldati italiani, di aver cospirato per la loro indipendenza. Probabilmente era in loro l'idea nazionale. Forse la covavano. Forse pensavano all'inumanit dell'aggressione militare che aveva fucilato e baionettato tanti loro compatriotti. Forse nell'orizzonte lontano vedevano un'alba di indipendenza, ma tutto questo non era un delitto. Se mai, era un delitto d'intenzione. Delitto di tutti gli italiani dei tempi austriaci.
Comunque eccoci al processo. Il processo dei quattordici assomiglia a tutti i processi militari. Sono messi assieme dai cervelli fragorosi. Da gente abituata alla ubbidienza passiva, alla burbanza militaresca. Sono incapaci di calma. Non sono uomini di leggi. Sono persone turbolente. I loro capolavori sono errori giudiziari. In essi non vi impera che la prepotenza. I giudici vanno in sedia con la sentenza in testa. Le deposizioni a favore degli accusati sono assolutamente inutili. Sono processi di terrorizzamento che mandano al patibolo o alla galera per intimidire, per dare degli esempi, per sgomentare gli altri che non sanno nulla della giustizia militare.  giustizia militare.
La giornata  del 5 dicembre 1911. Giornata lugubre, ambientata di tetraggine. La sala d'udienza  stata quella di un vecchio cinematografo dei tempi turchi. La Corte si  messa in sedia alle 10 antimeridiane, presiedeva il colonnello Re. Funzionava da interprete il colonnello Castelnuovo. I quattordici accusati sono entrati ammanettati in mezzo a un nugolo di gendarmi e di soldati: Hussein-Ben-Mohamed, di anni 22; Mohamed Ben-Ali di 22; Ismail-Bahammed El-Fituri di 20; Mohamed-Ben-Salemi di 50; Ali-Ben Sala di 50; Ali-Ben-Hussein di 60; Mohamed El-Sium di 50; Tahia-Ben-Tahia di 50; Abdul-Ben-Abdall di 45; Allin-Ben-Gassin di 65; Mustaf-Ben-Glabi di 40 e altri tre i cui nomi si sono perduti.
...
.
...
Tutti questi erano considerati degli istigatori, dei partecipatori, dei caporioni della cosidetta rivolta del 23 ottobre 1911. Tutti coloro che vi hanno assistito hanno avuto una povera impressione degli accusati. I loro accusatori sono stati sei: il capitano Castoldi, il tenente Altin, il capitano Borgna, il tenente Sassoli, il caporale maggiore Marucelli, il caporale Mariani.
Le accuse erano futili. Erano roba da confidenti. Le spie avevano raccontato che nel fonduk di Takia-Ben-Takia, a pochi passi dal consolato tedesco, si erano nascosti degli arabi feriti. Fra il capitano Castoldi e il tenente Altin riuscirono ad accalappiarne quattordici.
Hussein-Ben-Mohamed, della regione di Zauia, prima della sommossa, si trovava di l degli avamposti italiani. Egli non ha sparato. I turchi a ceffoni gli hanno imposto di prendersi un fucile. Giunto alle trincee gli si  dato il chi va l? Hussein ha lasciato cadere il fucile a terra.
- Menzogna!
Mohamed-Ben-Ali aveva una piccola ferita al braccio che l'accusato si era fatta mettendosi in ispalla una cassa.
- Menzogna!
Gli arrestati nel fonduk hanno dichiarato che non si conoscevano. Poteva essere benissimo che in un momento di panico vi si fossero rifugiati senza conoscersi.
- Menzogna!
Parecchi di loro durante gli interrogatori hanno avuto dei brividi: tremavano. Sentivano la morte e non potevano padroneggiare i nervi. Era naturale. Questo fatto semplice che avviene a tutti coloro che si trovano nelle condizioni di essere affidati al carnefice ha meravigliato il tribunale perch c' un versetto nel corano che dice che chi trema non dice il vero.
L'avvocato fiscale  stato solenne e parsimonioso. Con quattro parole li ha dichiarati meritevoli del capestro. Ha ricordato il terribile 23 e ha dimostrato la reit degli arabi che sparavano dalle verande, dalle terrazze, dietro le imposte. Per lui la rivolta era stata preparata e gli accusati dovevano essere fra i principali istigatori.
- Gli accusati si sono serviti della menzogna. Il tribunale ha davanti a s dei volgari assassini che colpirono alle spalle e in agguato i nostri uomini.
- Morte!
...
.
...
Il tribunale  rientrato dicendo che erano tutti colpevoli e che sarebbero stati impiccati secondo gli usi locali.
Nessuno ha parlato. Qualcuno ha avuto i brividi del terrore.
Le quattordici forche vennero piantate in piazza del Pane. I condannati non hanno dormito. Alle quattro ant. pareva di udire gli echi delle ultime martellate che gli operai assestavano al legname che doveva tenerli appesi. Ogni colpo era un rintocco di morte nella loro testa. Terminata la funzione di congiungere le 4 assi, comparvero i condannati accompagnati dagli zapti, fra due file di soldati. Le vittime della guerra giunsero al patibolo bendati, e a piedi nudi. Taluni singhiozzavano. Tutti erano indubitatamente commossi. Non si lascia il mondo senza sentirsi la gola piena di lacrime, senza fremere, senza disperarsi, senza supporre che dal dolore dei moribondi nasca la piet o il rinsavimento. Avanti, al calvario! Su, su morite. E sono saliti sopra un'asse mobile. Gli zapti hanno aggiustato loro al collo il cappio. Si udivano i loro singhiozzi. Piangevano. Nel pianto era la loro turbolenza disperata. Alcuni si chiamavano. I baraccani erano agitati.
- Allah! Sidi Allah! Dio, Signore Iddio!
La tavola sotto i loro piedi  caduta con un tonfo sordo e i corpi sono precipitati con un movimento isocrono.
I 14 baraccani parevano pieni di vento. Dondolavano e fremevano. La giustizia militare era un fatto compiuto.
I cadaveri penzolarono tre giorni.
Spettacolo barbaro. La firma era di Carlo Caneva, il Gengiskan della Libia rimasta sgiogata, preparata a ricominciare la lotta per la propria libert, per la propria indipendenza.
...
.
...
L'ultima documentazione,
.
E' del tenente Hubert G. Montagu che seguiva gli arabi per la Central News. Egli ha spiegato l'eccitamento dei soldati italiani. Con Fethi bey gli arabi avevano imparato il sistema sudanese di assalire gli avamposti due, tre, quattro volte al giorno e di non lasciarli dormire di notte. I finti assalti notturni erano frequentissimi. Con la vita infernale di sapersi sempre spiati senza riuscire a trovarsi a faccia a faccia col nemico i soldati italiani erano nervosi, riottosi. tempestosi. C'erano per loro momenti di esasperazione indicibili. Se in quei momenti capitavano loro fra i piedi dei baraccani erano sicuri di non trovare simpatie. Il massacro dei bersaglieri del 23 aveva aggiunto indignazione a indignazione. Essi si credevano davvero in mezzo a degli assassini. I ricordi degli abissini non facevano che rendere fosca la loro fantasia irritata. Cosi che il luogotenente Montagu andando in giro ha potuto entrare nelle abitazioni dell'oasi. Egli ha raccontato che le case dell'oasi erano pittoresche con giardini chiusi nelle muraglie come le ville dei suburbi inglesi.
Rasentando una di quelle case ha veduto una donna morta. Per paura che fosse stata uccisa per accidente da una palla araba,  disceso da cavallo ed  penetrato nell'abitazione. Orrore! Nell'interno vi ha trovato una ventina di donne massacrate, alcune coi loro bimbi. Egli ha veduto una strage che gli ha ricordato Jack the Ripper. Scarmigliate, sconciate, mutilate, lacerate.  allora ch'egli ha fatto pervenire una lettera alla Central News che ha fatto il giro dei giornali del mondo. Immaginate, diceva in essa, che cosa ho provato scoprendo circa centoventi donne con ragazzi e ragazze, legate mani e piedi, mutilate, baionettate, ferite. Pi tardi egli ha trovato una moschea zeppa di corpi d'arabe ridotte alla stessa condizione. War is war. La guerra  la guerra. Non ha potuto contarle, ma cos all'ingrosso ha supposto che coi fanciulli e le fanciulle fossero dai trecento ai quattrocento.
- Sir, - domandava al direttore della Central News. - is this European war? (Signore,  questa una guerra europea?) Are such crimes to be permitted? (Devono essere permessi simili delitti?).
...
.
...
La moschea era inondata di sangue. Egli col piede ha mosso il corpo di una fanciullina sul mucchio delle uccise. Sdrucciol sul pavimento in modo da farlo quasi svenire. Le donne erano state legate insieme a gruppi e baionettate o uccise a colpi di lancia.
Siccome egli sapeva l'importanza della sua narrazione, prima di mettersi a scrivere ha voluto assicurarsi se gli italiani si fossero serviti della baionetta. Ne ha trovata una nel cranio di una di quelle disgraziate. La furia dei soldati ha fatto perdere loro qualche berretto rimasto nel sangue. Egli ha potuto constatare che su molti corpi erano passate delle scarpe militari.
Il narratore  uscito dalla moschea con la fronte bagnata di sudore. Le scene spaventose ch'egli aveva vedute lo determinarono a telegrafare alla agenzia ch'egli rappresentava. Perch non si dicesse che il raccoglitore del documento fosse un anonimo vi ha messo il suo nome e cognome e vi ha aggiunto la sua qualit di luogotenente dell'esercito inglese. Perch la sua narrazione non subisse smentite ha mandato a cercare un corrispondente fotografo. Ma il collega vi  giunto tardi. Gli arabi hanno voluto seppellire le loro donne. Avevano paura che venissero profanate dalle mani dei loro uccisori.
In due altre sedute il tribunale di guerra ne ha fatto appendere alla cavezza dell'esecuzione, secondo gli usi locali, altri quindici.  stato risparmiato un ragazzo di dodici anni il quale  stato trovato con una pistola in mano appartenente al suo padrone fuggito. Quanta clemenza.
...
.
...
FINE.